Il Salone del Libro di Torino e la Fiera del Libro di Milano: due interventi di Giuseppe Laterza

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Pubblichiamo i testi di due interventi di Giuseppe Laterza a proposito del Salone del Libro di Torino e della Fiera del Libro di Milano. Il primo è il discorso tenuto all’assemblea degli editori dell’8 settembre presso il Circolo dei Lettori di Torino, il secondo è il testo dell’intervista di Simonetta Fiori pubblicata da La Repubblica il 22 settembre. 

8 SETTEMBRE 2016. CIRCOLO DEI LETTORI DI TORINO.

Come credo tutti voi, sono preoccupato dall’esito più probabile della vicenda che contrappone l’AIE al Salone del Libro di Torino.

Non solo per il motivo che Sandro Ferri stamattina espone sinteticamente sul Corriere – due ‘saloncini’ non ne fanno uno – in fondo, si potrebbe dire che è ‘parva materia’ e preoccuparsi di cose ben più gravi, come lo strapotere di Mondadori o Amazon…

Il problema è che la polemica che si è generata in queste settimane è la spia di una questione assai più generale e profonda: una frattura tra le diverse componenti della filiera del libro, che non nasce oggi e che dipende da molte diverse ragioni. Ed è questa frattura che dovrebbe soprattutto allarmarci perché ha a che fare con la promozione della lettura nel nostro paese.

Un compito che un tempo molti pensavano fosse di esclusiva pertinenza della scuola. Oggi, per fortuna, non è più così: grazie anche all’attività di alcuni editori, nell’ultimo decennio sono nate iniziative originali che hanno visto collaborare strettamente il mondo della scuola e quello dell’editoria, i bibliotecari con i librai. Per quanto ci riguarda, insieme ad alcuni colleghi pugliesi nel 2001 abbiamo fondato l’associazione Presidi del libro, che oggi conta più di sessanta gruppi di lettori in Puglia e altrettanti in giro per l’Italia, con una forte presenza di insegnanti e bibliotecari. Nel 2004 i Presidi hanno dato vita al Forum del libro, la prima manifestazione del nostro paese in cui si sono ritrovati a parlare di promozione della lettura i titolari di esperienze innovative in ogni angolo del nostro paese, associazioni, biblioteche scolastiche, circoli di lettura insieme a istituzioni pubbliche e aziende private, premi letterari e…il Salone del Libro, rappresentato in quella occasione da Ernesto Ferrero. Mi ricordo che Ernesto in quella occasione fece un intervento entusiastico, definendo quell’incontro tra i più diversi operatori al Teatro Petruzzelli di Bari, un evento storico, come il giuramento della Pallacorda…

Ricordo questa esperienza – ma altre ce ne sono state, promosse anche da alcuni editori e librai presenti a questa riunione – perché il danno più grave che la vicenda di cui oggi discutiamo rischia di produrre è quello di farci fare un grande salto all’indietro, ai tempi in cui si pensava che ciascuno potesse fare per conto suo…Peggio ancora, si rischia di produrre una divisione profonda non solo tra editori e mondo delle biblioteche o della scuola ma anche tra gli stessi editori, in base a categorie sempre più stereotipate e rituali (piccoli e grandi oppure indipendenti e asserviti o magari intellettuali e commercianti…).

Il nostro paese, come ben sappiamo condivide con la Grecia e il Portogallo il primato negativo dei consumi culturali in Europa, non solo nei libri, ma anche nel cinema come nel teatro, nella frequenza ai musei come nella musica. Per rimontare questa situazione (che non è slegata da altri indici negativi, come il calo della produttività e dell’occupazione, la corruzione e la scarsa mobilità sociale), occorre un grande progetto nazionale di promozione della lettura. Un progetto che ancora non si vede, nonostante l’impegno di tanti. Un progetto che richiede competenze, primariamente sviluppate nel mondo della scuola e delle biblioteche.

Come può l’AIE ignorare questo dato essenziale? E se si ritiene che il Salone non sia una occasione solo commerciale, come può pensare che la gestiscano gli editori da soli? Nell’intervista di stamattina sul Corriere della Sera il presidente dell’AIE dice la stessa cosa che aveva già scritto, sempre sul Corriere, in risposta a mio cugino e a me: che consulterà tutti…Ma qui non è questione di “consultare”: occorre progettare e gestire insieme ai bibliotecari, agli insegnanti, ai librai se si riconosce loro la stessa capacità professionale e una competenza diversa ma di pari livello degli editori. E dunque occorre che nel consiglio di amministrazione di un Salone del Libro siedano i rappresentanti di queste categorie.

Forse una delle ragioni di questo errore solipsistico dell’AIE sta in una idea sbagliata su cosa voglia dire promuovere la lettura. Forse è lo stesso incredibile errore concettuale che portò tanti nostri colleghi a concepire la prima edizione di ‘Io leggo perché ‘ come imperniata solo sui romanzi, come se la motivazione alla lettura potesse scaturire dalla lettura di Madame Bovary e non anche da una biografia di Marilyn Monroe, da un incontro con Alessandro Baricco e non anche con Carlo Rovelli o Gian Antonio Stella…

Ecco perché sono preoccupato da questa fuga in avanti che vedo nell’annunciare prima ancora di discutere. Oggi Motta rimprovera alle istituzioni torinesi una mancanza di attenzione, una indisponibilità al dialogo nei mesi trascorsi. Credo che abbia ragione. Ma doveva denunciarlo prima, non solo nelle riunioni dell’Associazione ma anche in pubblico, sui giornali come fa adesso, perché’ questa di cui parliamo è appunto una materia pubblica, che interessa tutti i cittadini italiani.

E Motta ha anche ragione nel lamentare una grave carenza gestionale per molti anni, se no non ci sarebbe stato un così drastico ribasso delle tariffe di utilizzo del Lingotto al primo incontro con il nuovo sindaco di Torino. Ma anche su questo sarebbe stata molto più forte ed efficace una richiesta pubblica di trasparenza, magari chiedendo precise garanzie e minacciando di andarsene, se non si fossero ottenute. Se l’AIE desiderava un ruolo di leadership poteva chiederlo espressamente e pubblicamente, perché credo che sia sbagliato pensare di fare da soli, ma sia invece giusto praticare una leadership condivisa.

Queste riflessioni oggi rischiano di apparire pleonastiche: siamo ormai da tempo sul campo di battaglia, con gli eserciti schierati tra sventolio di vessilli e rullare di tamburi. Peccato che la città da conquistare rischia di essere vuota.

Cosa possiamo fare? Io credo che la soluzione non solo esiste ma dovrebbe apparire ovvia a qualunque persona di buon senso. La si può riassumere semplicemente così: 1) mantenere Torino come sede del Salone del Libro, per non disperdere le tante esperienze maturate negli anni, ma a condizione che si rifondi la sua governance, con una partecipazione maggioritaria degli editori; 2) creare a Milano una nuova grande manifestazione, che non sottragga nulla a Torino ma aggiunga occasioni per tutti: a me piacerebbe ad esempio una Fiera dell’innovazione editoriale, questa sì con una forte caratterizzazione internazionale, un vero punto di incontro tra operatori di tutto il mondo sulle sperimentazioni e le frontiere della editoria digitale e in rete.

Ma ciò che sembra ovvio, applicando la logica e la razionalità, spesso non fa la storia, quando prevalgono rivendicazioni identitarie e aspirazioni di potere a breve termine. Purtroppo questo è il nostro caso oggi. Da quanto dichiara Motta avremo l’incredibile circostanza del presidente di una associazione di categoria che in un colpo solo riuscirà a contraddire e scontentare due ministri, titolari degli ambiti operativi più importanti per gli editori rappresentati…C’è di che stropicciarsi gli occhi!

Occorre, infine, chiedersi quanto sia oggi conveniente creare un’altra associazione degli editori sull’onda della vicenda torinese. Io credo che proprio per le ragioni esposte, proprio per non alimentare gli stereotipi che hanno riempito i giornali in questi mesi, oggi dobbiamo parlare con i colleghi dell’AIE e convincerli che l’Associazione deve cambiare rotta. Ciascuno lo farà con chi può e come può. Io l’ho fatto in questo periodo con tanti colleghi che stimo: domattina ad esempio incontrerò Renata Gorgani, da poco designata presidente della ‘Fabbrica del libro’.

Certo i tempi sono stretti. Ma non possiamo aderire a iniziative discutibili e malfatte solo perché non c’è il tempo. A chi in questi giorni ha chiesto a mio cugino Alessandro e a me se nel 2017 parteciperemo a Torino o a Milano, abbiamo risposto che non sappiamo e che non è da escludersi che non andremo a nessuna delle due…

Ma io continuo a sperare e – con tutti i miei limiti a operare – perché prevalga la ragione.

 

22 SETTEMBRE 2016. Giuseppe Laterza: “Le tribù di Torino e Milano hanno ucciso il Salone”

di SIMONETTA FIORI

“Né Milano né Torino: la mia prima reazione, per non cedere allo sconforto, è stato pensare ad altre iniziative, alla periferia delle grandi città o nei piccoli paesi della Puglia”. Il giorno dopo i funerali del Salone del libro, di una fiera unica tra Milano e Torino, Giuseppe Laterza mette a punto nuovi progetti. E passa in rassegna gli errori dell’establishment editoriale. “Sono mancati inventiva e coraggio. Invece di pensare a qualche cosa di nuovo – e questo spettava soprattutto ai milanesi – si è pensato a prendere una cosa già esistente e trasferirla altrove. Ma non ho visto idee forti neppure sul fronte torinese. Spero che arrivino”.

La proposta dell’Aie suggeriva una spaccatura netta: editori a Milano, librai a Torino.
“Una proposta ai limiti della provocazione. Intanto quella della grande libreria è un’idea copiata da Rocco Pinto, inventore dei Portici di carta: dov’è l’invenzione? E poi è stato un modo per pronunciare un no secco a qualsiasi ipotesi di condivisione. Come dire: da una parte i Sioux, dall’altra gli Apache, mentre il ministro aveva chiesto di sedersi sotto la stessa tenda per gestire insieme il territorio del libro. Ha prevalso un criterio tribale”.

All’origine della frattura, si giustificano gli editori, c’è la cattiva gestione torinese.
“E chi la nega? Si tratta di responsabilità gravissime. Quando un sindaco neoletto riesce a farsi dimezzare il costo del Lingotto da una società, la GL Events, che negli anni precedenti aveva preteso cifre assurde, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E ci sono state gravi colpe anche nella comunicazione: i dati sull’affluenza del pubblico erano diversi da quelli divulgati. E aggiungo un altro errore significativo: quando mai hanno chiesto un parere agli editori? L’unica richiesta riguardava gli autori famosi da portare al Lingotto. Però poi da Torino si sono detti disponibili a ricominciare da capo: e qui ha sbagliato l’Aie, che ha sbattuto la porta. È stato il primo di una catena di errori”.

Ossia?
“Intanto l’associazione doveva dare vita a un dibattito pubblico, non ritirarsi negli uffici milanesi. E poi l’errore più grave è stato quello di chiudere le porte in faccia alle istituzioni pubbliche. Un’associazione di categoria non può permettersi di trattare in questo modo due ministri che hanno mostrato un’attenzione per nulla scontata. Un motto napoletano dice: fai o’ gallo ‘ncoppa ‘a munnezza, vuole dire vuoi controllare il tuo mucchietto personale sottraendoti al confronto. Ma questa è una logica miope che non fa bene al mondo della lettura, dove si consumeranno lacerazioni anche personali. E fa malissimo all’associazione degli editori. Un autolesionismo irragionevole”.

Ora l’Aie guarda già alla sua fiera milanese, persuasa che sarà un’iniziativa economicamente fruttuosa.
“L’editore deve guardare ai profitti. Ma deve anche promuovere la cultura in un paese che ha grosse difficoltà. Mi ha colpito – nell’intervista di Franceschini su Repubblica – il suo appello a uno sforzo collettivo, a un grande ruolo nazionale. Noi che pubblichiamo i libri dei grandi narratori e dei grandi filosofi, noi che dovremmo avere una visuale più lunga, non possiamo limitarci a calcoli terra terra: a Milano venderemo più che a Torino… Me lo auguro, ma non basta”.

Sta dicendo che affiora un forte limite culturale dell’establishment editoriale?
“Un tempo gli editori erano gli imprenditori più spericolati, quelli che si giocavano tutto nell’innovazione delle idee. Dobbiamo tornare a quella vocazione. Non ho in mente l’editore snob, assistito, che con i soldi di famiglia gestisce la casa editrice come fosse il suo feudo. Ho in mente un imprenditore che sperimenta, muovendosi con umiltà e in condivisione con gli altri”.

Come spiegherà questa vicenda ai suoi colleghi di Gallimard?
“Non dovrò spiegargliela. Alla Fiera di Francoforte, tra qualche settimana, si daranno di gomito: ah, les italiens! I soliti individualisti, genio e sregolatezza”.

Da dove possiamo ripartire?
“Dalle periferie, dove accadono le cose più interessanti. Tutti insieme: editori, librai, bibliotecari, insegnanti. Se restiamo divisi, come potremo mai convincere i lettori che leggere è un fattore di coesione sociale? È anche per parlare di questo che il 4 novembre ci ritroveremo a Mantova per il nostro Forum del Libro. Il tema è “la lettura come comunità”. Speriamo di non essere smentiti”.

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