biblioteca“Lavorare sulle biblioteche scolastiche è molto importante e noi lo facciamo troppo poco. La biblioteca scolastica la colleghiamo in primo luogo alla lettura, ma è anche il luogo dell’approfondimento degli interessi personali”. Lo ha sottolineato Gino Roncaglia, dell’Università degli studi della Tuscia, nel corso di un’audizione in commissione Cultura della Camera. Qui il testo integrale del suo intervento.

Audizione del 18/04/2019 – Commissione cultura della Camera dei Deputati

Prof. Gino Roncaglia (Università della Tuscia)

Le proposte di legge in esame nascono indubbiamente da obiettivi lodevoli e largamente condivisi: promozione della lettura (e in particolare della lettura legata alla forma-libro, che rispetto ad altre tipologie di contenuti editoriali – tradizionali e digitali – spesso prevalentemente brevi e frammentati ha il vantaggio di permettere l’articolazione di contenuti complessi e strutturati), attenzione al rapporto fra lettura e nuove tecnologie (anche in ambito scolastico), sostegno al mercato editoriale e in particolare ai soggetti più deboli della filiera del libro, a partire dalle librerie.

La larga condivisione di valori e obiettivi esistente su queste tematiche dovrebbe indurre a una discussione delle misure in esame il più possibile razionale, fondata su dati e analisi fattuali più che su presupposizioni ideologiche. È in questo spirito che vorrei sottolineare alcune criticità presenti nelle proposte presentate e alcuni temi che credo vadano approfonditi. Mi soffermerò soprattutto sull’ambito della scuola, che è quello per molti versi più rilevante rispetto all’obiettivo di favorire anche sul medio e lungo periodo la crescita culturale del paese e il miglioramento dei tassi di lettura. Ma dedicherò alcune osservazioni, necessariamente rapide, anche ad alcuni altri aspetti delle proposte in esame.

Per quanto riguarda la scuola, due aspetti essenziali sono quelli delle biblioteche scolastiche e del futuro dei libri di testo e – più in generale – dei contenuti di apprendimento.

Sulla carta – e dobbiamo purtroppo sottolineare sulla carta – quasi tutte le scuole italiane hanno una biblioteca scolastica. Ma si tratta di un dato ingannevole: la maggior parte di queste pretese ‘biblioteche scolastiche’ sono costituite da vecchi inventari a cui non corrispondono più né servizi né una sede fisica, da ripostigli o stanze-magazzino chiuse e polverose in cui qualche vecchio armadio metallico contiene libri ingialliti e non utilizzati, o magari da una collezione ‘storica’ anche rispettabile ma ferma da decenni, senza personale preposto e senza servizi. Secondo un’indagine INVALSI del 2016 solo 12% delle biblioteche scolastiche censite fa parte di una rete, è capace di offrire servizi di prestito anche sfruttando le biblioteche del territorio e ha un catalogo consultabile digitalmente. E questo dato è relativo alle circa 8.600 scuole che hanno risposto al questionario: la realtà sul complesso del nostro sistema scolastico è sicuramente ancor peggiore.

Fra il 2000 e oggi, l’unico finanziamento centrale di una qualche minima rilevanza destinato alle biblioteche scolastiche è venuto dall’azione #24 del Piano Nazionale Scuola Digitale (10 milioni, erogati nell’arco di circa due anni e mezzo, per il finanziamento di 1.000 biblioteche scolastiche innovative). Per fare un confronto, il (lodevolissimo) Piano Nazionale Cinema per la Scuola, adottato ai sensi della legge 220/2016, ha stanziato in un anno una cifra (20.700.000 euro) più di due volte superiore a quanto stanziato per le biblioteche scolastiche nell’arco degli ultimi diciannove anni. Credo che questo dato basti a mostrare come i finanziamenti previsti per le biblioteche scolastiche da alcune delle proposte di legge in esame, certo animate da ottime intenzioni, siano però troppo bassi per poter incidere davvero.

Bisognerebbe considerare invece la biblioteca scolastica come il fulcro principale di un ripensamento complessivo degli spazi e del servizi offerti alle studentesse e agli studenti, un luogo vivo e attivo in cui lavorare all’alfabetizzazione informativa in tutte le sue forme, alla promozione della lettura ma anche alla formazione legata all’uso di altri codici comunicativi, all’approfondimento degli interessi personali degli studenti, a servizi innovativi come il prestito digitale, ad attività trasversali capaci di superare il gruppo classe e le barriere disciplinari, a una migliore integrazione fra scuola e territorio. La biblioteca scolastica è insomma il luogo da cui si dovrebbe partire per innovare la scuola partendo da servizi e contenuti, più che dal puro strumento tecnologico. Per questo credo sarebbe importante:

  • Prevedere uno stanziamento annuo di una cifra non inferiore ai 20 mln di euro per le biblioteche scolastiche, attraverso modalità che favoriscano il trasferimento di competenze da biblioteche scolastiche già avviate (ad es. attraverso il finanziamento azione #24 del PNSD) a biblioteche scolastiche ancora da avviare o da rinnovare
  • Prevedere azioni specifiche di formazione dei docenti-referenti (l’azione #24 del PNSD prevedeva a questo fine uno stanziamento di 700.000 euro, tuttavia mai erogato), secondo modelli che potrebbero ispirarsi almeno in parte a quanto fatto per la figura dell’animatore digitale. Se istituire nelle nostre scuole la figura professionale del bibliotecario scolastico sembra al momento un’utopia (anche se in questa direzione bisognerà prima o poi muoversi, sulla scia delle esperienze europee e internazionali più avanzate: proprio in questi giorni ad es. nel Michigan si sta discutendo il riconoscimento al personale specializzato assegnato alle biblioteche scolastiche del ruolo di ‘personale scolastico essenziale’ ), ci si può avvicinare per gradi a questo obiettivo lavorando a una figura normativamente e funzionalmente riconosciuta, nonché adeguatamente formata, di referente di biblioteca scolastica.
  • Indicare esplicitamente la biblioteca scolastica quale sede di riferimento per le attività di formazione e di apprendimento relative a un vasto ambito di contenuti (in)formativi: promozione della lettura ma anche educazione alla visione e all’ascolto, pratica del debate, conoscenza e valorizzazione dei beni culturali, ecc.; molto spesso a queste tematiche sono dedicati strumenti di finanziamento specifici (in particolare i PON) che però non prevedono concretamente dove, con quali strumenti e in quale contesto, queste attività vadano svolte: in tutti questi casi un riferimento specifico alle biblioteche scolastiche, anche come destinatarie di parte del finanziamento erogato, sarebbe sicuramente opportuno.

Vorrei dedicare qualche considerazione anche al tema dei libri di testo, su cui esiste purtroppo molta confusione (e in parte questo emerge anche dalle proposte presentate). Credo che i libri di testo abbiano e continuino ad avere una funzione essenziale, e su questo punto rimando alle considerazioni svolte nel mio libro ‘L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale’ (Laterza 2018). Credo che possano e debbano essere svecchiati (assumendo una veste più snella e una funzione di filo conduttore e di quadro di riferimento più che di raccolta onnicomprensiva e ‘monumentale’ di contenuti). Credo che progressivamente si muoveranno sempre più verso il digitale e verso una maggiore integrazione con risorse digitali. Credo però anche che un passaggio troppo rapido a libri di testo esclusivamente digitali creerebbe problemi al momento ancora di difficile soluzione (standardizzazione delle piattaforme di fruizione e delle funzionalità, buoni strumenti di annotazione basati su standard capaci di durare nel tempo, garanzia del fatto che ogni studente abbia in mano dispositivi di fruizione adeguati, garanzia dell’esistenza per tutti – per tutte le scuole e per tutti gli studenti – delle infrastrutture di rete necessarie, sicure e veloci, ecc.).

Siamo ancora lontanissimi da questi obiettivi: il fatto che gli studenti e i docenti mostrino in molti casi di preferire ancora i libri cartacei non è una resistenza corporativa ma un sintomo di problemi reali, che non si possono superare con un articolo di legge: sarebbe bene che il legislatore si preoccupasse innanzitutto di creare le condizioni per rendere possibile questo passaggio in maniera efficace, cosa tutt’altro che banale e ad oggi non fatta.

C’è poi un punto – lo dico in maniera un po’ provocatoria perché credo sia uno dei temi su cui c’è più dannosa e più inutile demagogia – che il legislatore dovrebbe proprio togliersi dalla mente: pensare che i libri di testo digitali permettano di risparmiare sui costi. Non è affatto così: produrre un buon libro di testo digitale costa molto di più che produrre un buon libro di testo cartaceo: serve lavorare a strumenti interattivi di sviluppo non banale, serve acquisire diritti su contenuti multimediali (o produrli da zero), serve lavorare a piattaforme e interfacce di fruizione, serve coinvolgere un numero molto maggiore di professionalità. Un libro di testo digitale non si improvvisa, non si costruisce con PowerPoint, non lo può autoprodurre un insegnante o uno studente. Pensare altrimenti vuol dire introdurre nella nostra scuola un digitale debole e pasticciato al posto di quello forte e di qualità di cui abbiamo bisogno, e danneggia in ultima analisi efficacia, credibilità e prospettive complessive dell’innovazione digitale legata alla scuola e all’apprendimento.

Vorrei infine toccare brevemente due altri punti contenuti in alcune delle proposte di legge in esame e non direttamente legati all’ambito scolastico:

  1. Carta elettronica per gli acquisti di libri, e in generale tutti i provvedimenti legati a ‘carte’ precaricate con una certa cifra per l’acquisto di contenuti e servizi culturali. Credo che sarebbe preferibile lavorare, anziché su singole fasce della popolazione (per quanto meritevoli di attenzione e tutela) su una card ‘cultura e formazione’ destinata a ogni cittadino e basata in primo luogo su un meccanismo di ‘reward’ per le attività culturali e formative svolte. Rimando su questo tema al documento specifico allegato, sviluppato anche sulla base di discussioni svolte con gli amici del Forum del libro.
  2. Legge Levi e tetto agli sconti. Sostengo da tempo che la strada del tetto agli sconti rivolti all’utente finale sia una strada nata certo con ottime intenzioni (e nata peraltro in un’epoca assai diversa dall’attuale) ma in ultima analisi profondamente sbagliata, sia perché induce nel cittadino l’idea perniciosa del libro come bene mantenuto artificialmente caro da una sorta di (inesistente) ‘lobby’ editoriale, sia perché facilmente eludibile (e di fatto elusa) in mille modi che nessuna formulazione legislativa, per quanto arzigogolata, può davvero limitare. Ho argomentato questa tesi in molte sedi, alle quali senz’altro rimando. Credo sarebbe invece preferibile garantire a tutti i soggetti di vendita finale (librerie fisiche e on-line, librerie di catena e piccole librerie, librerie di qualità e grande distribuzione…) condizioni analoghe per l’acquisizione dei libri: al momento i soggetti più ‘pesanti’ possono acquisire i libri con uno sconto ben maggiore dei soggetti ‘piccoli’, e questa disparità incide moltissimo sulla sostenibilità dei soggetti deboli della catena.
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